Per Alessio

In Nanni Valentini, catalogo della mostra, Galerie Rota, Heilbrönn, maggio 1979

Sono segni, ancora segni nel e del paesaggio, ombre luccichii, scalfitture, crepe, vuoti, sguardi, attese, segni visibili dunque.
Quelli invisibili, che cerchiamo, sono ancora custoditi gelosamente nella terra, ma il presagio già li percorre, sono dietro ai muri, sotto la pelle, fra le pieghe delle trame, nascosti in una memoria senza codici, preservati dall’anima del tempo con tutti i successivi segni.
Sono visibili nello smarrimento, si negano alla linea retta. Tu mi dirai che la poesia non è paura, ma stupore, è la sorpresa quando diventa meraviglia, è quella cosa per la quale abbiamo scelto la terra.
Ma io non posso dirti di più, devi tuttavia accettare che io, come te, cammino ancora, che il mio finito è ancora l’infinito. Anche se il linguaggio non è stato attraversato, la cosa è rimasta implicita, il desiderio per essa ancora intero.
La fontana delle colline di Marostica non ha tolto la verginità ad alcuna fanciulla.
Incominciare, ricominciare, seguire, scoprire che il mito è sempre dietro all’orizzonte, questo è ciò di cui ci possiamo informare.
Giacobbe non può vedere la scala nel tuo giardino; sotto le sue pietre ci abita un popolo di larve.
Credo che ognuna di queste larve ci lasci alfabeti segreti da decifrare, e forse portando una pietra all’orecchio potremmo rischiare di sentire la traccia del suo rumore. Seguendo ancora la terra il filosofo dice:
“Ciò in cui l’opera si ritira e ciò che, in questo ritirarsi, essa lascia emergere, la chiamiamo Terra. Essa è la emergente-custodente. La Terra è l’assidua-infaticabile-non-costretta. Su di essa l’uomo storico fonda il suo abitare nel mondo. Esponendo un mondo, l’opera pone-qui la Terra. Il porre-qui è assunto nel significato rigoroso del termine. L’opera porta e mantiene la Terra nell’aperto di un mondo. L’opera lascia che la Terra sia una Terra”
(Heidegger).
Accetta questi lavori, sono progetti per dei desideri ancora possibili.

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