Caro Giovanni…

Lettera a Giovanni Crippa, inedita in vita. Poi in Nanni Valentini. Opere: 1982-1985, catalogo della mostra, Galleria Civica, Modena, 26 aprile – 14 giugno 1987, Edizioni Cooptip, Modena 1987

Arcore, 31 luglio 1979

Caro Giovanni,
Il Piccolpasso così inizia il suo libro Dell’Arte del Vasaio:
“Prolago ai letori Puoi che fedelmente mi sono messo a manifestare tutti gli segreti de l’arte del vasaio; d’intorno ai quali non sarìa mancato chi con più bell’avedimento, chi con più tersa lingua havesse fatto quello che al presente ho fatto io…”.
Sono passati circa cinquecento anni, una certa tecnologia ha organizzato “imperi”, prodotto materiali ceramici per voli nello spazio, ma per noi il tempo si è fermato a quell’acqua torbida del fiume:
“cavasi quatro piedi nel tereno, le fosse da còr terra a fila a fila sì che la torbida aqua scendar possi agevolmente per canali suoi”.
Hanno tentato di farci rinnegare la contaminazione con questo incantesimo. L’artigianato ha avuto premura per una felicità dove non si segnasse ciò che stavano rubando, mistificando, disperdendo. Una felicità dove si credeva e si crede ancora ai segni-oracolo. Questo incantesimo, che a me piace pensarlo come un’archeologia senza memoria, a differenza di quello della fiaba, non assicura pellegrinaggi in Oriente, né itinerari nel tempo, né tantomeno appuntamenti con quella cultura che, non certo per distrazione, ha emarginato certi comportamenti. L’asse del tornio, così come l’impastare l’argilla, sono cose sottratte al tempo e, per chi le usa, sono verifiche che hanno per contro, e sicuramente in negativo, la ripetizione, il rito, la pigrizia delle “sole mani”, il miracolo. Le variabili del fuoco, della terra, del tempo, dell’acqua, ci erano state nascoste dal polipo del vaso cretese che invece ci aveva indicato luoghi privilegiati per impasti e argille particolari, fatto segnare come uniche certe misure. Ora tu sai che le cose sono così ma sono anche diverse.
Ascoltando la mia lettura di un vaso, un ceramista mi ha corretto raccontandomi il senso ed il procedimento di quel lavoro. L’argilla con cui era tornito era la terra attorno al villaggio, sabbiosa, con sassi e altre cose. Lavata, impastata e successivamente rimessa all’aperto all’acqua ed alle altre naturalità, era poi ripresa e più volte impastata per alcuni anni, fino a quando non rispondeva alle proprietà richieste dalla foggiatura. L’oggetto era quindi cotto alla fiamma di un fuoco basso, con la lentezza di tempo di alcune giornate. Il combustibile, che tra l’altro serviva ad appoggiare gli oggetti all’interno del forno, era anche quello che provocava la smaltatura necessaria.
Ora anche se ci siamo protetti contro “gli eterni ritorni” e siamo preparati ad apprezzare certi oggetti, restiamo però sordi a capire la geometria di questi processi, a sentirne il senso e l’attualità, per me drammatica, delle loro domande.
Tu mi hai chiesto di presentare o di introdurre il tuo libro-manuale dove, appunto, tenti di cucire le trame di queste variabili, di far percorrere, con dati e notizie, i vari orditi, di rendere le superfici attraversabili alla lettura. Io non posso farlo, dato che il tuo libro è l’estensione del tuo lavoro, un segno della tua esistenza e quindi una proposizione ideologica con le sue scelte implicite, i suoi valori sottesi. Anche se ne sono tentato, non è certo per una strategia della prudenza che ti consiglio di farlo tu.
Io posso augurarti che quanti lo leggeranno siano, come me, aiutati ad essere attenti ai vari segni ed alla loro eventuale presenza, perciò a stupirsi ed a meravigliarsi davanti ad una zolla di terra.

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