Negli Appennini Centrali…

In Birth of the work. Five italian artists in U.S.A., catalogo della mostra, Harbor Art Gallery, University of Massachusetts, Boston 1979

Negli Appennini Centrali, dove sono nato, ma del resto in molti luoghi accidentati, lo sguardo è accompagnato e condotto da ruderi di torri.
Non sono lì per caso, anche se la loro presenza può provocare navigazioni nella memoria, sensi di lontananze archeologiche, così come tante altre immagini.
La loro funzione è quella di creare una successione ininterrotta per la vista, infatti da ogni torre si può vedere la precedente e la successiva.
Quando l’aria si inspessisce con vapori, fra torre e torre c’è un reale spessore, registrabile e percorribile dai sensi, un vero e proprio modulo del vedere.
Ho visto in questa immagine la tentazione di non lasciarsi sfuggire la continuità; la volontà di dare allo sguardo una precisa competenza, di rispondere all’attesa della profezia (immagine del continuo).
Il lavoro che espongo nasce proprio da questa cosa-vista-riflessa. Consiste in una linea che modula il proprio percorso con delle cose che come le torri non vogliono essere degli oggetti, ma punti, proiettati come riferimenti di sezioni spaziali.
La materia e la tecnica espressiva che ho privilegiato è quella della ceramica, specificamente della terracotta. Come la pietra lega la torre al suo ambiente, diventando perciò essa stessa manifestazione e ritmo del luogo, così nel mio intento la terra vuole diventare traccia e manifestazione di un continuo. Infatti se consideriamo alcuni aspetti del suo possibile contenuto simbolico, troviamo nella TerraMadre il mito del Figlio-Antenato: antenato come un già essere nato e preservato nella terra e solo dopo manifestato.
Possiamo considerare l’argilla come traccia della continuità del fiume; trasportata infatti dall’acqua essa si deposita nelle anse, si decanta e diventa la parte più filtrata della terra.
Possiamo immaginare l’argilla come momento centrale di una dialettica acqua-fuoco, oppure come materia del vaso, ossia materia che lega in un continuo il centrifugo e il centripeto.
Il vaso cretese ove sta dipinto un polipo che tenta di afferrare l’orizzonte che gira all’infinito attorno al proprio asse è forse l’immagine più pregnante. Questa linea viene fermata da un rottame di ferro (cosa notata); la sua traccia viene proiettata su una tela come segno (cosa disegnata): si trasforma in una diagonale quando attraversa una progressione di strati di terracotta (cosa trasformata); quindi passa nella dualità positivo-negativo, concavo-convesso; è proprio nel concavo che la linea si immerge nell’acqua (cosa colorata).
Il contenitore dell’acqua ha come polo opposto il tetraedro platonico che porta la traccia dell’acqua intesa come livello. La linea tocca infine una calotta convessa, diventa tangente e continua all’infinito. La direzione percorribile nei due versi è quella che lega il mio laboratorio al luogo ove verrà esposto il mio lavoro. Il materiale ceramico che ho usato è un impasto refrattario cotto alla temperatura di 1250°.
La condizione della cottura è quella della “riduzione” dove l’ossigeno di cui la fiamma ha bisogno, viene preso direttamente dalla materia.
Gli altri lavori sono degli studi. Essi vogliono essere delle estensioni dello stesso tema: “la linea”, che qui prende la forma di vari orizzonti. La linea è solo presente come tale e diventa traccia, segno e superficie a seconda della materia che incontra. La linea come temporalità, la materia come il guardato. L’orizzonte non può essere fissato bensì visto con una strategia mobile dello sguardo.
Il pensiero che sottende il mio lavoro mi fa credere che anche il vuoto, come il silenzio, non possa fare a meno del proprio o getto, anche se questo è all’infinito e che l’arte, come la poesia, sia un cosmo dove l’archeologia è senza memoria e dove le cose disperdono i significati, ed il senso non è trasparente.
Un mio amico poeta dice: non c’è alcuna profondità in poesia. C’è, tremenda, l’insonnia della superficie

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